Associazione Lodi Liberale

 Valori liberali

Valori liberali

L’Associazione Lodi Liberale si ispira ai valori del liberalismo. Crediamo nell’uguaglianza degli uomini davanti alla legge, ma contestualmente consideriamo la diversità una risorsa e un’opportunità di crescita nel confronto, non un problema. Crediamo che tutti gli individui abbiamo una conoscenza limitata e fallibile, perciò non confidiamo nel governo degli uomini ma nel governo della legge. Crediamo nella pluralità dei valori e che quindi nessuno, neanche lo stato, abbia il potere di imporre i propri valori a nessun altro, ma che ci siano valori minimi, propri della civiltà occidentale, che sono inderogabili... (Carta dei Valori Lodi Liberale)

Il Consiglio direttivo

Associazione Lodi Liberale
LORENZO MAGGI
LORENZO MAGGI
Presidente
JACOPO BOSONI
JACOPO BOSONI
Segretario
STEFANO BOSI
STEFANO BOSI
Consigliere
ANDREA FORTE
ANDREA FORTE
Consigliere
SOFIA MORAMARCO
SOFIA MORAMARCO
Consigliere

Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire

da "L'antico regime e la rivoluzione" - Alexis De Tocqueville (1805-1859)

Ultimi eventi Lodi Liberale

Eventi & News

  • Un’analisi del Potere come chiave di volta della modernità

    Lunedì 27 luglio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “Il potere : origini, metafisica, limiti” di Bertrand De Jouvenel. Erano con noi Gabriele Ciampini, dottore di ricerca in Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Firenze, Giovanni Giorgini, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università di Bologna e Francesco Raschi, professore di Storia del pensiero politico presso l’Università di Bologna. Il libro, pubblicato a Ginevra nel 1945, durante l’esilio svizzero del suo Autore, è la testimonianza di un momento molto preciso nella parabola intellettuale e speculativa di Bertrand De Jouvenel. Un momento dove De Jouvenel, dopo una fase giovanile in cui giunse a comporre nel 1928 un’opera pensata per superare il capitalismo, orientando l’economia in senso sociale, dopo le esperienze giornalistiche ed intellettuali degli anni Trenta, che lo avvicinarono a posizioni ed esponenti della destra francese e alla convinzione che la crisi europea poteva essere superata solo da un esperimento federale, un momento, dunque, in cui, con la Francia occupata dall’esercito nazista, sentì di doversi interrogare sul “Potere”. La connotazione principale della sua analisi al potere è quella della sua configurazione nella forma “Stato”, in particolare nella riflessione intorno alla nascita, al radicamento e all’affermazione della moderna statualità. De Jouvenel vedeva intorno a sé a cosa aveva portato il processo di statalizzazione delle nazioni, qualcosa che poteva essere definito come un aumento ipertrofico degli ambiti di competenza dell’organismo statuale a discapito di quelli degli individui. Inoltre, lo Stato, nel suo percorso che partiva dal tramonto del Medioevo per snodarsi lungo la prima età moderna e la matura modernità, fino al fenomeno decisivo, intellettuale, politico e sociale, rappresentato dalla Rivoluzione Francese e oltre, si caratterizzava come un fenomeno sempre più omnicomprensivo e sempre più assoluto. Esempi di questa esondazione dello Stato erano icasticamente, e drammaticamente, rappresentati dalle due spaventose Guerre Mondiali, che si presentavano proprio come le conseguenze inevitabili di questo “Potere” sempre più grande degli apparati burocratici, politici, amministrativi e militari sul singolo. La vigilanza su questo aspetto e su questa continua tensione fra i sempre più forti tentativi degli Stati di fagocitare ogni aspetto che sia nei loro confini e le naturali e giustificate rimostranze dei singoli individui, compiendo una resistenza in nome dei diritti e della libertà, ebbene, questa vigilanza è una prerogativa del pensiero liberale, della visione liberale, che è una continua riflessione sul “Potere”, problematica centrale della politica stessa e di ogni filosofia che si interroga sulla convivenza. Il libro è molto ricco, estremamente strutturato, per certi versi decisamente articolato, capace di contenere al suo interno decine di idee e di intuizioni davvero stimolanti ed è scritto con una prosa elegante e chiara. Esso è il primo volume di una trilogia idealmente legata, trilogia che proseguirà nel 1947 con “Sulla sovranità” e che vedrà il suo apogeo ne “La teoria pura della Politica” del 1963. Bertrand De Jouvenel fu sicuramente un teorico della politica, un analista della parabola storico-ideale ed un intellettuale estremamente originale, di grande interesse e di ragguardevole fascino per chi volesse, sicuramente con profitto, accostare i molti contributi che le diverse stagioni del suo pensiero hanno saputo offrirci. Entrato fra i fondatori della Mont Pelerin Society nel 1947, anche in virtù delle posizioni contenute in questo libro e a motivo di una stima personale di cui godeva presso Friedrich August von Hayek, ne uscì negli anni Sessanta, principalmente in quanto gli sembrava che l’associazione liberale fosse troppo incline ad una visione liberista ed economicista della società. Per rimanere a questo formidabile, per moltissimi aspetti, contributo del 1945, non è possibile non rilevare come esso sia ampiamente debitore della grande tradizione liberale francese, quella che, partendo dalle basilari posizioni di Montesquieu, passa lungo la sensibilità di Benjamin Constant per arrivare alle grandi riflessioni di Alexis de Tocqueville, soprattutto nelle parti che riguardano i pericoli della democrazia. Perchè, se il pensatore normanno aveva saputo mettere in guardia il liberalismo e la filosofia politica in genere sulle problematiche a cui poteva portare la democrazia, De Jouvenel, riprendendone la lezione, ci avverte che la democrazia non può e non deve essere ritenuta il parametro inscalfibile ed indiscutibile su cui rapportare tutto, anche a motivo, ma non solo, del fatto che essa ha fatto da porta ad alcune forme di totalitarismo. Bertrand De Jouvenel, poi, è probabilmente l’Autore che per primo ha elaborato l’espressione e il concetto di <>, proprio per rendere linguisticamente e idealmente come la stessa forma democratica, i suoi esiti e le sue manifestazioni possano trasformarsi proprio nelle modalità e nei gravami di quelle forme politiche da cui essa cerca di differenziarsi. read more

    Read more Un’analisi del Potere come chiave di volta della modernità

    Chi controlla chi interpreta le leggi?

    Ogni volta che la politica appare incapace di decidere, lo sguardo dell’opinione pubblica si sposta inevitabilmente verso un giudice. Una legge controversa? Sarà la Corte costituzionale a pronunciarsi. Un conflitto istituzionale? Toccherà alla magistratura risolverlo. Una questione eticamente sensibile? Si attende una sentenza più che un voto parlamentare. È il segno di una democrazia più matura oppure dell’indebolimento della politica? È una domanda che attraversa gran parte delle democrazie occidentali e che “I signori del diritto. Il potere più irresponsabile”, di Raimondo Cubeddu e Pier Giuseppe Monateri, con prefazione di Nicolò Zanon, affronta con rigore e profondità.
    Il libro prende in esame un fenomeno che negli ultimi decenni è diventato sempre più evidente: il diritto ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione fino a occupare spazi che un tempo appartenevano quasi esclusivamente alla politica. Non si limita più a fissare le regole del gioco democratico, ma interviene sempre più spesso nella definizione delle grandi scelte collettive. Gli autori invitano così a riflettere su un cambiamento che riguarda da vicino tutte le democrazie contemporanee: l’espansione del potere dei giuristi e il conseguente spostamento del baricentro decisionale dalle assemblee rappresentative alle sedi giudiziarie.
    Pier Giuseppe Monateri descrive la nascita di quella che definisce una vera e propria ‘repubblica dei giuristi’. Giudici, pubblici ministeri, costituzionalisti e interpreti del diritto non vengono rappresentati soltanto come applicatori delle norme, ma come protagonisti sempre più influenti nella definizione delle politiche pubbliche. Il rischio individuato è che il diritto smetta di essere il limite del potere per trasformarsi esso stesso in una forma di potere, affidando a soggetti privi di investitura elettorale decisioni destinate a incidere profondamente sulla vita della collettività.
    Raimondo Cubeddu amplia ulteriormente la prospettiva riportando il lettore alla grande tradizione del liberalismo classico. Attraverso il pensiero di David Hume, Carl Menger, Friedrich Hayek e soprattutto Bruno Leoni, il diritto viene presentato come un ordine che nasce dall’evoluzione della società, dalle consuetudini e dalle relazioni spontanee tra gli individui, più che dalla volontà del legislatore o dall’interpretazione creativa del giudice. È una concezione che restituisce centralità alla società civile e richiama una delle intuizioni più feconde del pensiero liberale: le istituzioni più solide sono spesso quelle che nessuno ha progettato integralmente.
    È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del volume. “I signori del diritto” non si limita a richiamare l’attenzione sui rischi dell’attivismo giudiziario, ma riporta al centro una domanda che attraversa tutta la tradizione liberale, da Montesquieu a Bruno Leoni: chi controlla chi esercita il potere di interpretare le leggi? La separazione dei poteri nasce precisamente per evitare che una sola funzione dello Stato possa prevalere sulle altre. Quando questo equilibrio si altera, il problema non riguarda soltanto il funzionamento delle istituzioni, ma investe direttamente la qualità della libertà dei cittadini.
    La prefazione di Nicolò Zanon colloca questa riflessione nel quadro dello Stato di diritto, ricordando come la forza di una democrazia costituzionale non risieda nel governo dei giudici, ma nel governo delle regole. Una distinzione che può apparire sottile, ma che rappresenta uno dei cardini della tradizione liberale: nessun potere può dirsi davvero legittimo se non riconosce limiti al proprio esercizio.
    Il merito del libro consiste anche nel trasformare un tema spesso confinato agli specialisti in una questione di interesse generale. Le pagine di Cubeddu e Monateri mostrano come il rapporto tra politica, diritto e magistratura non riguardi soltanto gli operatori della giustizia, ma ogni cittadino chiamato a vivere in una società libera. Dietro il dibattito sul ruolo dei giudici si nasconde infatti una domanda ancora più ampia: chi deve assumere le decisioni fondamentali di una comunità politica e attraverso quali meccanismi di responsabilità democratica?
    “I signori del diritto” invita così a guardare oltre le polemiche del momento per riflettere sul delicato equilibrio tra libertà, rappresentanza e legalità. Perché il diritto è una delle più grandi conquiste della civiltà occidentale. Ma continua a essere una garanzia di libertà soltanto finché rimane il limite del potere, senza trasformarsi esso stesso nel potere che non conosce più limiti. read more

    Read more Chi controlla chi interpreta le leggi?
  • I testi fondativi del costituzionalismo americano

    Lunedì 13 luglio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato la “Costituzione degli Stati Uniti d’America”. Erano con noi Giancarlo Tanzanella, avvocato, Claudio Martinelli, professore di Diritto pubblico comparato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Alessandro Sterpa, professore di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi della Tuscia. L’edizione presentata, pubblicata presso i tipi della Ibex Edizioni, si avvale anche della “Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America” oltre che della “Carta dei Diritti”, e, quindi, offre uno sguardo rappresentativo sui documenti fondativi della nazione americana. Questo sguardo ci consente di illustrare un percorso che, al di là dell’Atlantico, è stato compiuto in un senso liberale, federativo, repubblicano e, soprattutto, capace di mantenere sempre in equilibrio le principali istanze dell’individuo con le necessarie prerogative dell’organizzazione politica, amministrativa e giudiziaria. Questo equilibrio non è un Verbo immanente dato una volta per tutte, ma l’espressione di una serie di princìpi di tutela delle libertà e dei diritti degli individui in rapporto dinamico con la realtà in mutazione e con la presenza di un’autorità che è pensata come limitata. E’ bene subito sgombrare il campo dai possibili fraintendimenti o dai pregiudizi che troppo spesso accompagnano un infondato senso di superiorità europeo nei confronti della cultura statunitense in generale e politica in particolare : la lettura di questi testi sarebbe utilissima per noi, uomini e donne del Vecchio Continente, troppo spesso alla ricerca di vane illusioni, di repliche mascherate di vecchie ricette che hanno dimostrato solo il loro insuccesso, mentre non vengono nemmeno lontanamente considerate quelle soluzioni che, altrove, per esempio, proprio negli Stati Uniti d’America (ma anche in Svizzera, per rimanere ad esempi più prossimi, sebbene con tutte le opportune differenze del caso), hanno dato ottimi risultati. Quelle alternative che, soprattutto, hanno saputo maggiormente tutelare le libertà individuali, mantenere il potere in un alveo più controllato, responsabilizzare le istituzioni, rendere fattivo quell’insieme di controlli e bilanciamenti fra i piani e nei piani, federale e nazionale. Se la “Dichiarazione di Indipendenza”, emanata il 4 luglio 1776, segna il passaggio del Rubicone con cui le Tredici colonie originarie proclamarono la secessione dalla madrepatria inglese, sancendo, di fatto, l’inizio di una guerra che le avrebbe viste vincitrici sette anni dopo, nel 1783, la “Costituzione”, promulgata nel giugno del 1788 ed in vigore dal marzo 1789, spiega come è diviso e come si configura il potere : struttura federale (per cui, i singoli Stati hanno propri poteri e l’Unione ne ha pochi altri, demandati dai singoli Stati stessi), separazione chiara ed inequivocabile dei poteri del governo dell’Unione, dove il potere legislativo è demandato ad un Congresso, il potere esecutivo è conferito al Presidente e al suo gabinetto di governo e il potere giudiziario è appannaggio della Corte Suprema oltre che degli altri tribunali federali. Con la clausola di supremazia, inserita all’interno della Costituzione stessa, viene stabilita la priorità di questo Testo su tutte le altre leggi dei singoli Stati federati. Sempre all’interno della Costituzione stessa, viene precisato il senso e l’ambito con cui essa può ricevere un emendamento, ossia una modifica, una precisazione o la delineazione di un aspetto non sufficientemente intravisto al momento della promulgazione dei sette Articoli originari. Questa possibilità fu, nei duecentotrentasette anni che ci separano dal 1789, sfruttata per ventisette volte, e i primi dieci emendamenti costituiscono proprio quella “Carta dei Diritti” che tutela libertà e giustizia individuali, limitando, di fatto e di diritto, il potere del governo. L’analisi dei tre testi ci porterebbe sicuramente a tutta una serie di riflessioni che andrebbero oltre il senso e la portata di questa breve sintesi. L’auspicio, sentito, è che il lettore che ancora non ha affrontato la pregnanza di questi scritti possa riceverne il beneficio e il senso di forza libera e di fiducia nell’uomo e nel futuro che essi sanno dare. Al di là di questo augurio, preme mettere in rilievo pochi, ma fondamentali aspetti. Il primo riguarda proprio il suo carattere più classicamente liberale : tutti i testi sono pervasi dalla basilare preoccupazione per la tutela della libertà individuale e dall’attenzione ai pericoli che possono venire dall’autorità, dal governo o dal potere. Se le Tredici Colonie si affrancano dalla Gran Bretagna, il motivo essenziale è nel comportamento che la madrepatria e il Re hanno nei confronti dei loro sudditi americani. La Corona inglese si è comportata come un pericoloso tiranno assolutista e, proprio in ragione della tradizione di libertà individuale, dei diritti inalienabili, del limite che il Re e il governo devono avere, gli ex sudditi americani proclamarono la propria indipendenza e, proprio appellandosi allo storico gruppo delle libertà cosiddette “inglesi”, affrontano una guerra per affermare i loro diritti. L’altra caratteristica su cui porre fortemente l’attenzione è il fatto che la dimensione del governo esiste, nella prospettiva degli estensori di questi testi e nel comune sentire dell’intera Unione, per servire gli individui, e non viceversa. Si tratta di un’istanza che è nella coscienza e nelle menti dei Padri Fondatori, ma che si trova nella società civile, all’interno di ogni singolo cittadino della Repubblica come una verità autoevidente e inattaccabile. Sono moltissime le idee, i portati, le tesi feconde di questi documenti che potrebbero fare da decisivo insegnamento per la filosofia politica di marca più eminentemente europea, ci auguriamo che la lettura di questi capisaldi del costituzionalismo statunitense possa servire a comprendere che, altrove “un nuovo mondo” è stato possibile, tentando di salvaguardare la libertà di ciascuno a discapito del potere di tutti sul singolo. read more

    Read more I testi fondativi del costituzionalismo americano
  • Una via per non accettare il tramonto dell’Occidente

    Per secoli l’Occidente ha rappresentato, agli occhi del mondo, il luogo in cui sono nate alcune delle più straordinarie conquiste della storia umana: la libertà politica, il governo limitato, il metodo scientifico, l’economia di mercato, la tutela dei diritti individuali. Oggi, però, la domanda sembra essersi rovesciata. Non ci si chiede più soltanto se l’Occidente sia in grado di affrontare le sfide provenienti dall’esterno, ma se sia ancora capace di riconoscere il valore della propria civiltà. Una società che smette di credere nella propria storia può davvero continuare a difendere la libertà che quella storia ha contribuito a costruire?
    È questo l’interrogativo che attraversa “Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo” di Luigi Marco Bassani. Il volume non è soltanto un saggio di storia delle idee, né esclusivamente un’opera di geopolitica. È soprattutto una riflessione sul rapporto sempre più problematico che l’Occidente intrattiene con se stesso. La tesi dell’autore è tanto semplice quanto provocatoria: oggi la più grande crisi dell’Occidente non nasce principalmente dall’ascesa di potenze rivali, ma dall’indebolimento della fiducia che gli occidentali ripongono nella propria tradizione culturale e politica.
    Bassani accompagna il lettore in un lungo itinerario che parte dalla Grecia antica e arriva fino ai conflitti culturali del nostro tempo. Non si tratta di una semplice ricostruzione cronologica, ma della ricerca delle radici profonde della civiltà occidentale. Le guerre persiane, la filosofia greca, il cristianesimo, la rivoluzione scientifica, l’Illuminismo, la nascita dello Stato moderno e l’esperienza americana vengono letti come tappe di un’unica vicenda storica: quella di una civiltà che ha fatto della libertà, della responsabilità individuale e della razionalità i propri tratti distintivi. Particolarmente significativa è la riflessione dedicata al mondo greco, dove la libertà viene presentata non come un’eredità garantita una volta per tutte, ma come una conquista che ogni generazione è chiamata a difendere.
    Uno degli aspetti più originali del libro consiste nell’idea che l’identità occidentale non sia definita esclusivamente dalla geografia o dall’origine etnica. Come osserva l’autore richiamando il pensiero greco, una civiltà si fonda innanzitutto sulla condivisione di valori, istituzioni e cultura. È una prospettiva che permette di interpretare l’Occidente non come una realtà chiusa, ma come una tradizione storica aperta a chiunque scelga di riconoscersi nei suoi principi fondamentali.
    Su queste basi il volume affronta alcuni dei temi più discussi del dibattito contemporaneo: immigrazione, confini, islam, Stato sociale, crisi europea, antiamericanismo, ideologia woke e rapporto tra libertà e sicurezza. Bassani propone una lettura dichiaratamente schierata, sostenendo che molte delle difficoltà attuali derivino dalla progressiva rinuncia dell’Occidente a difendere la propria identità politica e culturale. In questa prospettiva, fenomeni apparentemente diversi vengono ricondotti a un’unica questione: la perdita della consapevolezza di ciò che ha reso l’Occidente una civiltà originale nella storia dell’umanità.
    Di particolare interesse è anche il confronto tra Europa e Stati Uniti. Il libro evidenzia come le due sponde dell’Atlantico, pur condividendo la stessa matrice culturale, abbiano progressivamente sviluppato atteggiamenti differenti verso la propria storia. L’America continua a manifestare una maggiore fiducia nella propria tradizione costituzionale e nella centralità della libertà individuale, mentre l’Europa appare spesso attraversata da un atteggiamento autocritico che rischia di trasformarsi in una sistematica delegittimazione del proprio passato. È proprio questa frattura interna a dare senso al titolo dell’opera: il conflitto più profondo non oppone l’Occidente ai suoi avversari esterni, ma due diverse idee di Occidente.
    Il pregio del volume risiede soprattutto nella capacità di tenere insieme storia, filosofia politica e attualità senza perdere di vista il filo conduttore della riflessione. Le numerose citazioni di autori classici e moderni contribuiscono a costruire un dialogo continuo tra passato e presente, mostrando come molte delle questioni che oggi sembrano nuove abbiano radici profonde nella storia della civiltà occidentale.
    “Occidente contro Occidente” è dunque un libro che invita a riflettere prima ancora che a prendere posizione. La sua domanda di fondo supera le singole vicende politiche e riguarda il destino stesso delle società libere. Perché nessuna civiltà viene meno soltanto a causa della forza dei propri avversari. Più spesso inizia a declinare quando smette di riconoscere le ragioni della propria esistenza e il valore delle libertà che ha saputo costruire. È un interrogativo che riguarda il presente dell’Occidente, ma soprattutto il suo futuro. read more

    Read more Una via per non accettare il tramonto dell’Occidente